Ore 8.25 di sabato. Stanchezza infinita, un occhio chiuso e uno aperto a metà, caffè in tazza grande in una mano. Accendo il computer pensando che a quest’ora ci potrebbe stare qualche minuto di svago su Facebook, giusto il tempo di un buongiorno, un sorriso, così da dare tempo e modo al cervello di scaldare i neuroni.

Illusa.

Sciocca.

Ma davvero pensi di aprire Facebook e non trovare la prima dose giornaliera di giramento di ovaie? Sono così abbondanti e ripetitive ormai che il più delle volte entro per dovere e non per piacere. Questo non è giusto. I social li uso per promuovere i miei scritti senza fracassare altrui ovaie e testicoli, ma anche ogni tanto per un po’ di svago, di leggerezza. Solo che la marea di webeti, analfabeti funzionali e rompicoglioni di professione è ormai dilagante. Invadente. Sfibrante. Non se ne può più, davvero. E addio sogno di svago.

Ricevo quotidianamente una quantità di richieste di “amicizia” – e odio visceralmente Zuckberg per l’uso a sproposito di questo termine – a due cifre. Perché sono famosa? Macché, magari! Fossero lettori interessati a quel che scrivo, camperei di scrittura, un sogno molto lontano al momento. No, non sono famosa. È che Facebook “suggerisce” potenziali “amici” e la gente clicca. Va be’, fin qui ci potrebbe stare.

Invece no, non ci sta, perché devo fare la buonina? Prima di cliccare, guardatelo un profilo, fatevi un’idea, anche mezza va bene, valutate, ponderate, scegliete, altrimenti fatevi una canna o una sega, magari entrambe che è meglio.

Il problema sorge quando il 99% dei nuovi “amici” si fiondano come locuste a inviare la richiesta di like per una o più delle loro pagine, a inserire in uno o più gruppi a loro discrezione o, una moda sempre più in voga – e sempre più odiosa – a inviare messaggi privati.

I messaggi privati. Su Messenger.

“Ciao, ho pensato che potrebbe interessarti la mia pagina perché bla bla”.

Sì, bla bla perché, se solo ti fossi scomodato a dare uno sguardo alla mia bacheca, anche solo agli ultimi post pubblicati, avresti già capito che della tua pagina non me ne può fregare di meno. In più, se anche fosse di mio interesse, così facendo ti sei bruciato. A vita.

“Ciao, volevo suggerirti di leggere il mio libro che è un trattato sul sistema ormonale dei rettili nel giurassico e bla bla”.

E il mio di sistema ormonale? Il mio dove lo mettiamo, nell’umido?

Ne avevo già parlato qui Sopravvivere ai social: considerazioni di una scrittrice poco social (e forse anche poco scrittrice) e anche qui Social per scrittori: Facebook sì? Ma come? 

Decine. Così. Ogni giorno. Stamattina però il coup de théâtre. Alle 8.25 di un sabato qualunque di aprile e vi ho già detto quanto sia deleterio per me il passaggio all’ora legale. Mentre prendo il primo caffè della giornata, senza dargli nemmeno il tempo al poverino di entrare in circolo.

Un messaggio chilometrico, una quantità di battute, spazi inclusi, ben oltre la soglia della sopportazione. Diviso in due parti: prima una presentazione del suo libro in terza persona che manco fosse stato Umberto Eco; poi il suo curriculum vitae dettagliato e particolareggiato; infine, ciliegina sulla torta, proposta di scrivere un libro a quattro mani con lui secondo le sue linee guida e l’idea narrativa da lui già impostata.

Ma chi cazzo sei?

Forse il tuo romanzo è da Premio Nobel, lungi da me il voler sindacare sulle tue capacità da scrittore e sul valore del tuo scritto. La tua laurea e le tue esperienze saranno di certo eccelsi, non lo metto in dubbio, anche se alla decima riga ho sbadigliato e ho smesso di leggere, ma mi fido. Però la tua capacità di comunicazione è zero, la tua umiltà è zero, il tuo rispetto verso di me come persona e come autrice è zero. Zero e riporto zero.

Mi hai fatto perdere tempo. Mi hai fatta innervosire. Mi hai fatto turbinare nel cervello l’impulso sadico di farti ingoiare il tuo libro una pagina alla volta senza acqua, a secco. Hai tirato fuori la stronza che è in me prima delle undici di mattina e questo è un errore fatale.

Anche io scrivo e per colpa di persone come te e di quelli di cui sopra faccio più fatica a farmi conoscere, a farmi leggere. Perché non rompo le palle con quello che ho scritto. Non invito nessuno – se non dopo molto tempo che mi segue ed è raro anche in quel caso – a mettere il “mi piace” alla mia pagina o a seguirmi sul sito o sul blog. Se chiedo io l'”amicizia” è perché mi interessa quello che pubblica quella persona e la persona in questione non è per me un numero, non è solo un bipede in più che potrebbe/dovrebbe leggere il mio libro.

Le persone stufe di voi, come me, sono tante. Sembra che noi autori figli di un Dio minore (che non pubblichiamo con i big dell’editoria) ci comportiamo tutti così e alla fine finiamo per essere messi all’indice, additati, schedati in base a un pregiudizio che ha tutte le ragioni di esistere. Per colpa vostra.

Non posso parlare per gli altri, ma per quanto mi riguarda io ho bisogno di leggerezza, di non prendere tutto sempre troppo sul serio e adesso di caffè, un’altra bella tazza grande di caffè che il primo di stamattina è evaporato tra i fumi del “pessimismo e fastidio”. Non quello dei Cavalli Marci. Il mio. E se mi si alza troppo la pressione oggi, è colpa vostra, sappiatelo perché anche una Vagina, nel suo piccolo, si incazza.

Il Club delle Vagine tristi© alias… Elisabetta Barbara De Sanctis

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